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IL CASO DEL MESE

Gli effetti del fallimento sui rapporti di lavoro pendenti

Articolo letto 1396 volte, scritto il 31/05/2018 da Studio Cafasso

Lambda, azienda con un numero di dipendenti pari a 75 unità operante nel settore metalmeccanico, è stata interessata da una forte crisi produttiva per effetto della quale non è stata più in grado di sostenere  le proprie obbligazioni contrattuali con i creditori ed è stata dichiarata fallita. Il Tribunale fallimentare ha nominato il curatore Sallustio che dovrà sovrintendere alle conseguenti attività ivi inclusa la gestione dei rapporti con i dipendenti e, dunque, avrà in carico di valutare, le possibili sorti dei rapporti di lavoro ancora pendenti.

 

 

CONTESTO NORMATIVO

 

Il fallimento: presupposti e finalità

Come noto, il fallimento regolato dal r.d. 16 marzo 1942, n. 267 (legge fallimentare), norma più volte modificata nel corso del tempo, è una procedura concorsuale liquidatoria, che coinvolge l’imprenditore commerciale con l’intero patrimonio e i suoi creditori, che si trovino in stato di insolvenza. Non tutti gli imprenditori commerciali, poi, sono soggetti al fallimento, ma solo quelli al di sopra di certi limiti dimensionali, sono altresì esclusi gli enti pubblici e gli imprenditori soggetti ad altre procedure concorsuali, in particolare alla liquidazione coatta amministrativa.
La procedura di fallimento è diretta all’accertamento dello stato di insolvenza dell’imprenditore, all’accertamento dei crediti vantati nei suoi confronti e alla loro successiva liquidazione secondo il criterio della par condicio creditorum, tenendo conto delle cause legittime di prelazione.
I presupposti necessari affinchè un soggetto possa essere dichiarato fallito sono di due  nature: una soggettiva ed una oggettiva.
Il secondo comma dell’art. 1 l. fall., così come modificato dal d.lgs. 9.1.2006, n. 5 (legge di riforma del fallimento) e dal d.lgs. 12.9.2007, n. 169 (successivo decreto correttivo), stabilisce dei parametri quantitativi ai fini della individuazione dell’imprenditore sottoponibile a fallimento.
L’art. 1, co. 2 e 3, l. fall. stabilisce  infatti che non sono soggetti alle disposizioni sul fallimento e sul concordato preventivo gli imprenditori commerciali, i quali dimostrino il possesso congiunto dei seguenti tre requisiti: a) aver avuto, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore ad euro trecentomila; b) aver realizzato, in qualunque modo risulti, nei tre esercizi antecedenti la data di deposito della istanza di fallimento o dall’inizio dell’attività se di durata inferiore, ricavi lordi per un ammontare complessivo annuo non superiore ad euro duecentomila; c) avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore ad euro cinquecentomila.
I limiti di cui alle lettere a), b) e c) del secondo comma possono essere aggiornati ogni tre anni con decreto del Ministro della Giustizia sulla base della media delle variazioni degli indici ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai ed impiegati intervenute nel periodo di riferimento».
L’art. 5 l. fall. si occupa del presupposto oggettivo del fallimento, stabilendo che l’imprenditore che si trova in stato di insolvenza è dichiarato fallito, ed al secondo comma precisa che lo stato di insolvenza si manifesta con inadempimenti o altri fatti esteriori, i quali dimostrino che il debitore non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni.
Presupposto oggettivo del fallimento è quindi una generale situazione di difficoltà economica riguardante l’impresa, che genera l’impossibilità di far fronte regolarmente, quindi con modalità e tempi fisiologici, alle obbligazioni assunte, indipendentemente dai motivi che l’hanno generata. Pur non essendo esplicitamente previsto dalla legge, si ritiene comunque che tale situazione non debba essere momentanea e transitoria, ma che debba consistere in una condizione ormai patologica dell’impresa, tale da non consentirle di onorare le obbligazioni assunte con mezzi ordinari. Da tal punto di vista l’insolvenza nel fallimento si distingue, consistendo in uno status da valutare in termini prospettici e dinamici, dall’insolvenza di cui al diritto generale delle obbligazioni.
L’insolvenza dell’imprenditore, ai fini del fallimento, si presenta inoltre quando si versa in una situazione di crisi finanziaria, indipendentemente dalla consistenza del patrimonio dell’imprenditore medesimo. Ciò che rileva è che l’imprenditore non sia più in grado di adempiere regolarmente le proprie obbligazioni. A nulla rileva che il patrimonio sia superiore alla esposizione debitoria, in quanto il patrimonio potrebbe essere altrimenti impegnato o non facilmente liquidabile.
Che l’insolvenza di cui all’art. 5 l. fall. consista in uno status dell’imprenditore è confermato dal fatto che la legge parla di «inadempimenti o altri fatti esteriori», con ciò evidenziando che gli inadempimenti non sono l’essenza stessa dell’insolvenza, ma uno degli indici sintomatici di essa, che può rilevarsi anche da «altri fatti esteriori».
In particolare, poi, non è detto che degli inadempimenti comportino necessariamente l’insolvenza, potendo l’imprenditore non aver onorato il debito volontariamente, ad esempio perché trattasi di debito contestato, prescritto o estinto per compensazione. In altre parole, ciò che occorre verificare non è la presenza di inadempimenti, ma la capacità dell’imprenditore di adempiere regolarmente le proprie obbligazioni, con mezzi propri o forniti da terzi.
All’inverso, la desistenza del creditore, o comunque la composizione stragiudiziale della singola posizione debitoria, non è detto che faccia venire meno l’insolvenza. Venuta a mancare, peraltro, con la riforma, la possibilità di dichiarare il fallimento d’ufficio, in tal caso il tribunale dovrebbe segnalare l’insolvenza al pubblico ministero (art. 7 l. fall.).
Per quanto riguarda gli «altri fatti esteriori» una prima casistica è data dall’art. 7 l. fall., relativo al potere del pubblico ministero di proporre l’istanza di fallimento, ove risultano menzionati fuga, irreperibilità, latitanza dell’imprenditore, chiusura dell’impresa, trafugamento, sostituzione o diminuzione fraudolenta dell’attivo. Ad essi si aggiungono poi altri indici ben noti alla prassi fallimentare, come la presenza di numerosi protesti o di procedure esecutive, una esposizione debitoria eccedente eccessivamente l’attivo, la revoca dei fidi bancari. Va altresì ricordato che la giurisprudenza ritiene rilevanti per la prova dello stato di insolvenza, ma ovviamente a posteriori ed in sede di una eventuale opposizione alla dichiarazione di fallimento, le risultanze della verifica dello stato passivo.
Particolare carattere assume poi l’accertamento dello stato di insolvenza nelle società in liquidazione, perché qui l’attività di accertamento deve essere diretta a verificare se gli elementi attivi del patrimonio consentano di assicurare l’integrale soddisfazione dei creditori, non potendo richiedersi che essa disponga, come invece la società in piena attività, di credito e di risorse, e quindi di liquidità, necessari per soddisfare le obbligazioni contratte.

 

IMPLICAZIONI

Nella vicenda oggetto di esame la società Lambda è stata interessata da una forte crisi produttiva per effetto della quale non è stata più in grado di sostenere le proprie obbligazioni contrattuali ed è stata dichiarata fallita.
Come noto l’art. 104 della  legge fallimentare  statuisce che con la sentenza dichiarativa di fallimento il tribunale può disporre l'esercizio provvisorio dell'impresa, anche limitatamente a specifici rami dell 'azienda , se dalla interruzione può derivare un danno grave, purché non arrechi pregiudizio ai creditori.
Nelle ipotesi di fallimento quindi  tutti i contratti di lavoro ivi compresi quelli di lavoro subordinato o parasubordinato – entrano in uno stato di “quiescenza”, in altre parole si sospendono. Il dipendente non è licenziato per il fatto stesso che l’azienda è fallita, in quanto  il fallimento non é causa di automatica cessazione dei rapporti di lavoro pur se, di regola, alla sua dichiarazione consegue la cessazione dell’attività aziendale. Insomma, tutto resta in stand-by in attesa di una decisione da parte del Curatore fallimentare, un organo nominato dal Giudice delegato al fallimento. È il Curatore infatti che, nei mesi successivi alla dichiarazione di fallimento, stabilisce – insieme al comitato dei creditori e al giudice stesso – se proseguire l’attività aziendale (anche solo per singoli rami) o chiudere tutto. Nel primo caso, egli può mantenere in vita tutti o alcuni dei contratti di lavoro, che pertanto riprendono regolarmente il loro corso. Nel caso invece di cessazione definitiva dell’attività, il rapporto di lavoro viene interrotto col licenziamento.
Dopo la dichiarazione di fallimento, l’azienda infatti  passa da una amministrazione finalizzata all’esercizio dell’attività di impresa ad una gestione rivolta alla sua liquidazione, con lo “scopo” principale di soddisfare i creditori secondo le regole dettate dalla l.f..
Il soggetto che gestisce la fase fallimentare infatti dovrà valutare la possibilità di continuazione dell’attività aziendale soggetta alla procedura concorsuale e, nell’ipotesi negativa, procedere con la risoluzione dei rapporti di lavoro.
In merito al rapporto di lavoro, infatti  la Suprema Corte ha chiarito  che, ai sensi dell'art 2119 cod.civ, comma 2, il fallimento dell’imprenditore non costituisce giusta causa di risoluzione del contratto di lavoro e la ratio di tale disposto si fonda (Cass., S.U. n. 2637 del 1966) sulla considerazione della unitarietà della azienda e della sua sopravvivenza alla dichiarazione di fallimento, alla quale non consegue la cessazione dell’impresa “che passa soltanto da una gestione per fini di produzione, suscettibile per altro di essere continuata o ripresa (come non infrequentemente accade), ad una gestione per fini di liquidazione”. ( Cass.. 7 febbr.2003 n. 1832).
Ad ogni modo, anche nell’ipotesi in cui non vi sia esercizio provvisorio dell’attività imprenditoriale, ma cessazione dell’attività aziendale, il rapporto di lavoro non viene interrotto, ma rimane sospeso sino alla dichiarazione del curatore di cui all’art. 72, comma 2, L. Fall.  ( Cass. sez.lav 14 maggio 2012 n. 7473).  Ne deriva che, il Curatore dovrà sempre manifestare la volontà di non subentrare nel contratto di lavoro in luogo del soggetto fallito, secondo le forme e i tempi previsti dalla normativa in materia di lavoro.
Pertanto, al curatore, che non ritenga di poter utilizzare le prestazioni del dipendente a causa della cessazione dell’attività aziendale e delle esigenze della procedura concorsuale, deve riconoscersi, in applicazione dei principi generali evincibili dall’art. 72, L. Fall. e non derogati dall’art. 2119 cod. civ., la facoltà di sciogliersi dal rapporto medesimo, senza che in conseguenza dì ciò il prestatore di lavoro possa far valere nei confronti della massa un diritto al risarcimento del danno, ancorché espressamente pattuito con il datore di lavoro con riferimento a qualunque causa di cessazione anticipata del rapporto di lavoro (Cass., sez. lav., 14 maggio 2012 n. 7473 cit.).
Il curatore esercita una facoltà legittima, una volta verificata la possibilità e la convenienza o meno della prosecuzione dei rapporti di lavoro, in vista della conservazione della potenzialità produttiva dell’azienda, anche ai fini della strategia liquidatoria.
L’esecuzione del contratto infatti rimane sospesa fino a quando il curatore, con l’autorizzazione del comitato dei creditori, dichiari di subentrare nel contratto in luogo del fallito, assumendo tutti i relativi obblighi, ovvero dichiari di sciogliersi dal medesimo, salvo che, nei contratti ad effetti reali, sia già avvenuto il trasferimento del diritto.
Il contraente può mettere in mora il curatore, facendogli assegnare dal giudice delegato un termine non superiore a sessanta giorni, decorso il quale il contratto si intende sciolto.
La disposizione conferma  inoltre che, salve le eccezioni relative ai vari tipi di contratti, l’esecuzione del rapporto di lavoro rimane “sospesa” a partire dal momento della dichiarazione di Fallimento, per evitare che i creditori dell’impresa subiscano pregiudizi nel tempo necessario alla Curatela ad individuare la soluzione più idonea.
Il fenomeno della sospensione interrompe  dunque la sinallagmaticità contrattuale e viene meno l’obbligo di rendere la prestazione lavorativa e, dal versante della procedura, ciò comporta la mancata maturazione degli oneri afferenti alla retribuzione e/o di ogni istituto di legge e/o di CCNL a favore del lavoratore, nonché la mancata debenza di contributi previdenziali e assistenziali.(Cass., Sez. Lavoro, 14 maggio 2012 n. 7473 cit. ).
Quindi, in assenza di un esercizio provvisorio della curatela, il rapporto di lavoro pendente resta sospeso nella sua esecuzione, in attesa delle decisioni del curatore sulla prosecuzione o sul definitivo scioglimento; in tale lasso temporale, che va dalla dichiarazione di fallimento sino alla scelta del curatore, il rapporto di lavoro, in assenza di prestazione, pur essendo formalmente in essere, rimane sospeso e, difettando l’esecuzione della prestazione lavorativa, viene meno l’obbligo di corrispondere al lavoratore la retribuzione e i contributi.

 

 

RISOLUZIONE SECONDO NORMA

Come abbiamo avuto modo di delineare nel corso della trattazione  il legislatore ha attribuito importanti compiti al curatore fallimentare; egli infatti amministra il patrimonio fallimentare e ha il compito di porre in essere tutte le operazioni della procedura di propria competenza.
Ferma restando la qualità di pubblico ufficiale, nell'esercizio delle sue funzioni (art. 30 L.F.), il curatore è  infatti tenuto ad adempiere ai doveri del proprio ufficio, imposti dalla legge o derivanti dal piano di liquidazione approvato, con la diligenza richiesta dalla natura dell'incarico, tenendo un registro preventivamente vidimato da almeno un componente del comitato dei creditori, dove annotare quotidianamente le operazioni relative alla sua amministrazione (art. 38 L.F.).
Il curatore svolge  quindi compiti inerenti l'esercizio provvisorio dell'impresa quali la  predisposizione del programma di liquidazione e, nella fase dell'accertamento del passivo, la formazione del progetto di stato passivo (in precedenza spettante al giudice delegato). Egli ha la possibilità di rassegnare "motivate conclusioni" in ordine alle domande dei creditori e di "eccepire i fatti estintivi, modificativi o impeditivi del diritto fatto valere, nonché l'inefficacia del titolo su cui sono fondati il credito o la prelazione, anche se è prescritta la relativa azione" (art. 95 L.F.)
Il curatore, inoltre, ai sensi dell'art. 33 L.F., deve presentare al giudice delegato, entro sessanta giorni dalla dichiarazione di fallimento, una relazione particolareggiata sulle cause e circostanze dello stesso, sulla diligenza e responsabilità del fallito o di altri nell'esercizio dell'impresa e su quanto può interessare anche ai fini dell'istruttoria penale.
Ogni sei mesi è tenuto altresì a redigere un rapporto riepilogativo delle attività compiute a cui allegare il conto provvisorio della gestione per consentire al comitato dei creditori di formulare osservazioni e controllare lo svolgimento della gestione.
Al curatore, infine, oltre alla tradizionale funzione di procedere all'inventario dei beni del fallito (art. 87 L.F), compete l'apposizione dei sigilli sui beni stessi (art. 84 L.F).
Lo stesso curatore quindi nelle aziende fino a 15 dipendenti dovrà rispettare gli oneri formali e sostanziali di legge nel caso di licenziamenti individuali, trattandosi infatti di impresa al di sotto dei 15 dipendenti, non si parlerà di licenziamento collettivo ma di licenziamenti individuali o plurimi ex Legge 604/1966.
In tali ipotesi infatti si  comunicherà  per iscritto  il licenziamento motivando contestualmente il provvedimento ed indicando altresì le ragioni causali di impossibilità del repechage rispettando i termini di  preavviso oppure corrispondendo l’indennità sostitutiva.
Nel caso poi di imprese che occupano alle proprie dipendenze più di 15 lavoratori sono prospettabili due soluzioni: l’impresa che  ritenga di non essere in grado di garantire il reimpiego a tutti lavoratori sospesi e di non poter ricorrere a misure alternative, ha facoltà di avviare le procedure di trattamento straordinario di integrazione salariale  ai sensi del D.lgs. 148/2015 art 21 lett b) oppure in caso di impossibilità di risanamento procedere al licenziamento collettivo ai sensi della Legge 223/91.Le imprese  che intendano esercitare la  suddetta facoltà infatti sono tenute a darne comunicazione preventiva per iscritto alle rappresentanze sindacali aziendali, nonché alle rispettive associazioni di categoria. In mancanza delle predette rappresentanze la comunicazione deve essere effettuata alle associazioni di categoria aderenti alle confederazioni maggiormente rappresentative sul piano nazionale. La comunicazione alle associazioni di categoria può essere effettuata per il tramite dell'associazione dei datori di lavoro alla quale l'impresa aderisce o conferisce mandato.
La  suddetta comunicazione deve contenere indicazione dei motivi che determinano la situazione di eccedenza; dei motivi tecnici, organizzativi o produttivi, per i quali si ritiene di non poter adottare misure idonee a porre rimedio alla predetta situazione ed evitare, in tutto o in parte, il licenziamento collettivo; del numero, della collocazione aziendale e dei profili professionali del personale eccedente, nonché del personale abitualmente impiegato; dei tempi di attuazione del programma di riduzione del personale; delle eventuali misure programmate per fronteggiare le conseguenze sul piano sociale della attuazione del programma medesimo del metodo di calcolo di tutte le attribuzioni patrimoniali diverse da quelle già previste dalla legislazione vigente e dalla contrattazione collettiva.

 

 

RISOLUZIONE CASO PRATICO

Nella vicenda oggetto di approfondimento Lambda, azienda con 75 dipendentioperante nel settore metalmeccanico, è stata interessata da una forte crisi produttiva per effetto della quale è stata dichiarata fallita.
Come noto per effetto della dichiarazione di fallimento in presenza di cessazione di attività aziendale, il rapporto di lavoro, pur essendo formalmente in essere, rimane sospeso fino al licenziamento, il curatore Sallustio infatti dovrà sovrintendere alle conseguenti attività che discendono  dal fallimento ivi inclusa la gestione dei rapporti con i dipendenti valutando le possibili sorti dei rapporti di lavoro ancora pendenti. Per effetto della dichiarazione di fallimento in presenza di cessazione di attività aziendale  il rapporto di lavoro pur essendo infatti formalmente in essere  rimane sospeso fino al licenziamento; in difetto del requisito di sinallagmaticità non è quindi configurabile una retribuzione.
Non essendovi obbligo retributivo per l’assenza della prestazione lavorativa non è nemmeno configurabile un credito contributivo dell’Inps  essendo peraltro irrilevante l’avvenuta ammissione al fallimento dei crediti retributivi dei lavoratori.
L’ente previdenziale a tal proposito infatti  ha ritenuto che, ammessa la prosecuzione automatica dei rapporti di lavoro subordinato successivamente alla dichiarazione di fallimento e fino al momento del licenziamento dei lavoratori da parte del curatore, debbano persistere tutti gli obblighi a carico delle parti contrattuali del rapporto, compreso l’obbligo contributivo sulle retribuzioni spettanti ai lavoratori fino al licenziamento. Sotto diverso ma connesso profilo, secondo l’Inps, una volta riconosciuto da parte del curatore-datore di lavoro il diritto alle retribuzioni per il periodo post-dichiarazione di fallimento, sorge automaticamente anche il credito dell’Istituto al pagamento dei contributi, da insinuare in prededuzione nella procedura concorsuale ( Cass. 7423/2012).
Nel caso dunque del fallimento della società Lambda  il curatore Sallustio sospenderà il rapporto di lavoro in attesa della verifica da parte del curatore circa la possibilità di disporre la continuazione dell’attività e se l’attività viene cessata ed il curatore risolvesse  il rapporto di lavoro nulla spetterebbe per il periodo intermedio.   Tale assunto giurisprudenziale ha infatti altresì indubbia rilevanza sotto il profilo anche pratico, in quanto, attraverso l’analisi degli effetti sulla retribuzione della dichiarazione di fallimento, investe direttamente il principio, per molti versi riconducibile all’art. 36 Cost., della corrispettività del trattamento retributivo, oltre che, più in generale, la questione della sopravvivenza della retribuzione in una particolare fase di sospensione del rapporto, prima che lo stesso sia formalmente cessato (con il licenziamento).
Il diritto alla retribuzione scaturisce infatti dall’effettivo svolgimento di attività lavorativa anche quando l’attività lavorativa consiste nella semplice messa a disposizione di un generico obbligo di collaborazione  e di inserimento nell’organizzazione aziendale.
La deroga al principio  di corrispettività  non è automatica ma è sempre giustificata da presupposti oggettivi diversi dalla mera cessazione dell’attività aziendale. il rapporto di lavoro infatti  per il periodo successivo alla dichiarazione di fallimento, in assenza di attività lavorativa, rimane sospeso, pur essendo formalmente ancora in essere, ma la cessazione dell’attività aziendale non permette lo svolgimento di attività lavorativa e dunque la corresponsione retribuzione: non essendovi alcun obbligo retributivo infatti  è impensabile che possa desumersi allora un obbligo contributivo.
Pertanto nella vicenda oggetto di esame, laddove il curatore Sallustio valuti di chiudere i rapporti di lavoro dovrà attivare la procedura di licenziamento collettivo stante il numero di dipendenti dell’azienda Lambda pari a 75 unità.


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