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IL CASO DEL MESE

Rapporto di lavoro e gruppo di imprese

Articolo letto 368 volte, scritto il 31/07/2018 da Studio Cafasso

Tizio, titolare del rapporto di lavoro con Alfa srl di proprietà della famiglia Svetonia, assumendo di aver lavorato alle dipendenze del gruppo di imprese Omega controllato dalla predetta famiglia Svetonia, aveva convenuto in giudizio oltre alla predetta anche le altre società del gruppo per richiedere l’accertamento dell’illegittimità del licenziamento comminato nei confronti di tutte le società convenute in giudizio per vincolo di responsabilità solidale sul convincimento della sufficienza dell’esistenza di un collegamento economico-funzionale per l’estensione degli obblighi inerenti il rapporto di lavoro anche alle altre imprese del gruppo non direttamente titolari di un rapporto formale di lavoro con Tizio.
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CONTESTO NORMATIVO

Gruppo di imprese: criteri e caratteristiche

Come noto, il gruppo  di società costituisce un fenomeno largamente diffuso nel contesto economico e giuridico della realtà imprenditoriale: esso rappresenta il modello organizzativo tipico assunto soprattutto dalle imprese di grandi dimensioni, a carattere sia nazionale che internazionale, che permette di confluire i vantaggi dell’unità economica della grande impresa con quelli offerti dall’articolazione in più strutture organizzative, giuridicamente distinte ed autonome, avvalendosi della rapidità e relativa autonomia gestionale, nonché della diversificazione e separazione del rischio d’impresa nelle singole unità operative.
La scelta di tale tipologia organizzativa, fintanto che non sia improntata alla diminuzione delle tutele per i lavoratori a indebito vantaggio del datore di lavoro, costituisce esplicazione dell’art 41 della Costituzione che statuisce che l’iniziativa economica privata è libera a meno che non sia in contrasto con l’utilità sociale o in modo che non rechi danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana.
Per molti anni la regolamentazione dei gruppi di società è stata dispersa fra poche disposizioni del Codice Civile e varie leggi settoriali.
Con la Riforma del diritto societario (D.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6), il legislatore ha introdotto per la prima volta nell’ordinamento italiano, una disciplina organica relativa al gruppo d’impresa ( artt. 2497-2497 septies) in cui non emerge però alcuna definizione  della nozione di gruppo di società ma sono indicati gli elementi principali che determinano le modalità  dell’esercizio delle attività di direzione e coordinamento di società.
Il gruppo di società, come anticipato in premessa, può essere  dunque definito come un’aggregazione di imprese societarie all’interno della quale più aziende, dotate di autonomia giuridica, sono tra loro coordinate e sottoposte al controllo economico da parte di un unico soggetto, rappresentato dalla società capogruppo (posta al vertice del sistema), che le governa e le condiziona secondo un indirizzo gestionale unitario, al fine di attuare un programma comune ed ulteriore rispetto a quello realizzabile attraverso le singole imprese.
Il più importante elemento dunque è rappresentato dal connubio tra due realtà antitetiche quali l’unicità della gestione economica  e  la pluralità di soggetti giuridici che sono centro di imputazione di obblighi e di rapporti giuridici.
Uno dei principali aspetti problematici di tale contesto plurisoggettivo risiede nella difficoltà di definire, in termini di certezza, gli obiettivi, i ruoli, le competenze e le responsabilità ad essi connesse, spettanti a ciascuna società facente parte del gruppo, tenendo conto che i molteplici (e spesso conflittuali) interessi coinvolti necessitano di essere contemperati in una costante dialettica tra le strategie globali, protese al perseguimento dell’interesse del gruppo e le attività e gli interessi specifici delle imprese considerate nella loro individualità.
Il gruppo di imprese quindi è un’aggregazione di imprese dotate di autonomia patrimoniale, ma collegate sul piano organizzativo, nel cui ambito la società capogruppo esercita nei confronti delle altre un’attività di direzione e coordinamento, secondo quanto disposto e regolamentato, con riferimento alla disciplina societaria, dagli artt. 2497 e ss. c.c., mentre , sempre all’interno di detta disciplina, l’art. 2359 codice civile provvede alla definizione delle società appartenenti al gruppo, in quanto controllate e collegate.
Nell’ambito del diritto del lavoro dunque non esiste una regolamentazione giuslavoristica specifica dalla quale possa desumersi un riconoscimento del rapporto di lavoro all’interno di un gruppo di imprese e non sussiste nessuna disposizione che autorizzi a ritenere che sia costruibile una soggettività unitaria nell’ambito di più imprese fra loro collegate, infatti l’art. 31 del d.lgs.n. 276 del 2003 seppur intitolato gruppi di impresa prevede che i gruppi di impresa possono delegare lo svolgimento degli adempimenti alla società capogruppo, chiarendo che tali disposizioni non rilevano ai fini dell’individuazione del soggetto titolare  delle obbligazioni contrattuali  e legislative in capo alle società singole datrici di lavoro.
L’appartenenza di un’impresa ad un gruppo, stante la mancata esistenza  di una regolamentazione specifica, è stata spesso oggetto al  vaglio giurisprudenziale soprattutto per questioni attinenti l’imputazione dei rapporti di lavoro dei dipendenti dell’impresa stessa: infatti  in taluni casi l’unicità di imputazione del rapporto di lavoro nell’ambito del gruppo può avere ricadute importanti in favore del prestatore di lavoro, mentre in altri può essere interesse dell’impresa accreditare un centro unico di imputazione, al fine di legittimare alcune operazioni riguardanti il rapporto di lavoro di dipendenti di società appartenenti al medesimo gruppo.
Indipendentemente dall’oggetto del contezioso tra l’impresa e il lavoratore i criteri idonei per stabilire a chi sia imputabile il rapporto di lavoro rimandano alle norme che disciplinano il contratto di lavoro.
In particolar modo la norma idonea a definire l’imputazione del rapporto di lavoro risiede nell’art. 2094 c.c. che definisce il prestatore di lavoro subordinato come colui che si obbliga mediante retribuzione a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro intellettuale o manuale alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore; da tale definizione si ricava anche quella del datore di lavoro cioè di colui che beneficia della collaborazione del lavoratore subordinato ed esercita un potere direttivo  e disciplinare nei confronti del lavoratore stesso che percepisce una retribuzione.
Il  principio che deve essere ritenuto  prevalente dunque  consiste  nell’individuazione  delle concrete modalità di svolgimento del rapporto di lavoro rispetto a quanto convenuto fra le parti oggetto del contratto.
In presenza di un gruppo societario dunque i criteri per l’imputazione del rapporto di lavoro risiedono nell’individuazione dell’unico centro di imputazione cui ricondurre la gestione del singolo rapporto di lavoro nel senso che ciascuna società è titolare esclusiva del rapporto di lavoro subordinato con i propri dipendenti senza che i relativi obblighi si estendano anche alle altre società del gruppo: il gruppo  risponde infatti ad esigenze di specializzazione produttiva per cui risulta naturale sostenere la separazione giuridica per le attività caratterizzate  da autonoma specialità.

 

 

IMPLICAZIONI

Nella vicenda oggetto di approfondimento Tizio, titolare del rapporto di lavoro con Alfa srl di proprietà della famiglia Svetonia, assumendo di aver lavorato alle dipendenze del gruppo di imprese Omega controllato dalla predetta famiglia Svetonia, aveva convenuto in giudizio oltre alla predetta anche le altre società del gruppo per richiedere l’accertamento dell’illegittimità del licenziamento comminato nei confronti di tutte le società convenute in giudizio per vincolo di responsabilità solidale sul convincimento della sufficienza dell’esistenza di un collegamento economico-funzionale per l’estensione degli obblighi inerenti il rapporto di lavoro anche alle altre imprese del gruppo non direttamente titolari di un rapporto formale di lavoro con Tizio.
Non sempre risulta di agevole definizione verificare se al di là della distinta personalità giuridica sussista una reale separazione tra le diverse società appartenenti ad un medesimo gruppo o piuttosto sia configurabile un’unicità d’impresa tra le stesse ossia un unico centro di imputazione dei rapporti di lavoro. Al riguardo la giurisprudenza  ha statuito che un gruppo di società realizza un’unicità d’impresa e di conseguenza l’esistenza di un unico centro di imputazione dei rapporti di lavoro, allorquando il frazionamento di un’unica attività tra più soggetti economicamente collegati è simulato ed è posto in essere in frode alla legge.
In linea di principio non è sufficiente che un’impresa appartenga ad un medesimo gruppo affinchè il rapporto di lavoro con essa costituito sia riferibile anche ad altre imprese appartenenti allo stesso gruppo: se si verificassero taluni casi si avrebbe la forzosa commistione di imprese, che non hanno nulla in comune sotto il profilo dell’oggetto sociale, del mercato di riferimento e dell’organizzazione produttiva, e che solo in considerazione di una comune proprietà verrebbero chiamate a condividere oneri e responsabilità in relazione a rapporti di lavoro, rispetto ai quali non hanno esercitato alcun potere né decisionale, al momento dell’assunzione o della cessazione del rapporto, né direttivo o disciplinare e di cui, comunque, non hanno tratto alcun beneficio.
Diverso è il caso in cui la capogruppo eserciti le prerogative del datore di lavoro, in tali casi l’ingerenza della società capogruppo determina l’assunzione in capo alla stessa della qualità di datore di lavoro in quanto  soggetto utilizzatore della prestazione e titolare dell’organizzazione produttrice ed in tal caso i soggetti giuridici restano distinti e la titolarità del rapporto di lavoro viene attribuita alla società controllante.
In diverse ipotesi può anche accadere che un lavoratore svolga distinte prestazioni lavorative per diverse imprese, pur appartenenti al medesimo gruppo, suddividendo il tempo di lavoro con contratti a tempo parziale, che siano compatibili con i distinti rapporti di lavoro e, quindi, senza che si realizzi quell’unico centro d’imputazione, che porterebbe a configurare un unico rapporto in capo al gruppo.
In altre ipotesi può anche accadere che del risultato, che consegue alla prestazione di lavoro, tragga beneficio un’ impresa diversa da quella con la quale il prestatore ha stipulato il contratto di lavoro, come avviene nei contratti di appalto, ma anche in tal caso, sempre che l’appalto sia genuino ciò non varrà a costituire un unico centro di imputazione tra impresa appaltante e l’appaltatore rispetto al rapporto di lavoro in questione, anche se il lavoratore potrà beneficiare della responsabilità solidale tra le due imprese per i trattamenti retributivi e i contributi previdenziali e premi assicurativi dovuti, ai sensi dell’art. 29 del d.lgs. n. 276/2003.
La configurabilità dell’unicità tra imprese, come abbiamo avuto modo di precisare, non sempre risulta di agevole definizione.
La giurisprudenza di legittimità in un primo momento aveva escluso qualsiasi rilevanza giuridica al collegamento di imprese nel diritto del lavoro considerandolo un fenomeno economico (Ex multis Cass. 29.4.1974 n.1220, in Dir.Lav., 1974, II, 317; Cass. 28 gennaio 1981 n. 650; Cass 14 gennaio 1986 n. 167. Cass. 27 giugno 1986, n. 4283; Cass. 2 febbraio 1988, n. 957, in Dir.Lav., 1988, II,333; Cass. 8 febbraio 1989 n. 795 Cass. 9 dicembre 1991, n. 13226), successivamente la Cassazione, alla fine degli anni ottanta del secolo scorso, ha stabilito che l’unicità d’impresa doveva essere considerata dal punto di vista di un’eventuale finalità fraudolenta.
In particolar modo la giurisprudenza ha messo in rilievo alcuni indici rivelatori della sussistenza o meno di un unico centro di imputazione nell’ambito del gruppo di imprese.
Si è quindi ritenuto che un gruppo di società realizza un’unicità d’impresa – con conseguente esistenza di un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro- quando il frazionamento di un’unica attività tra più soggetti economicamente collegati è simulato e posto in essere in frode alla legge.

 

 

 

 

RISOLUZIONE SECONDO NORMA

Come abbiamo avuto modo di delineare nel corso della trattazione, il collegamento economico formale tra imprese gestite da società dello stesso gruppo non basta ad estendere gli obblighi dei lavoratori subordinati dall’una all’altra senza la prova di un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro subordinato: tale situazione ricorre ogni volta che vi sia simulazione o una preordinazione in frode alla legge del frazionamento di un’unica attività tra i vari soggetti del collegamento economico funzionale  e ciò venga accertato adeguatamente.
Il collegamento economico funzionale non è infatti di per sé sufficiente  a far ritenere che gli obblighi inerenti a un rapporto di lavoro subordinato intercorso tra un lavoratore e una di esse si debbano estendere anche all’altra a  meno che non sussista una situazione che consenta di ravvisare, anche all’eventuale fine della valutazione della sussistenza del requisito numerico per l’applicabilità della cosiddetta tutela reale del lavoratore licenziato, un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro( Cass. n. 11107/2006).
Un gruppo di società realizza un'unicità di impresa - con conseguente esistenza di un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro - quando il frazionamento di un'unica attività tra più soggetti economicamente collegati è simulato e posto in essere in frode alla legge.
A tale conclusione si può pervenire ove ricorrano i seguenti requisiti: a) unicità di struttura organizzativa e produttiva che presuppone che le società svolgano la loro attività nei medesimi stabilimenti; l’utilizzo promiscuo delle medesime attrezzature; l’identità dei componenti dell’organo amministrativo; coincidenza di chi impartisce le disposizioni per lo svolgimento dell’attività lavorativa dei dipendenti appartenenti alle società del gruppo; b) integrazione tra le attività esercitate dalle varie imprese e correlativo interesse comune corrisponde  il fatto che le società abbiano i medesimi clienti e che agli stessi siano offerti pacchetti integrati di servizi offerti dalle diverse società; c) coordinamento tecnico-produttivo e finanziario tale da far individuare un unico soggetto direttivo che faccia confluire le diverse attività delle singole imprese verso uno scopo comune; d) utilizzazione contemporanea della prestazione lavorativa da parte delle varie società del gruppo, nel senso che la stessa sia svolta in modo indifferenziato e contemporaneamente in favore di vari imprenditori (Cass. 3482/2013).
Nello specifico dunque si ravvisa un unico centro di imputazione dei rapporti di lavoro dei dipendenti ove si accerti l’utilizzazione contemporanea delle prestazioni lavorative da parte delle varie società titolari delle distinte imprese; al contempo quindi è configurabile l'unicità del rapporto di lavoro qualora lo stesso dipendente presti servizio contemporaneamente a favore di diversi datori di lavoro, titolari di distinte imprese, e l'attività sia svolta in modo indifferenziato, così che in essa non possa distinguersi quale parte sia stata svolta nell'interesse di un datore e quale nell'interesse degli altri ( Cass 798/2014).
Tali parametri essendo particolarmente rigorosi esigono che la parte ricorrente deduca elementi probatori idonei ad offrire la certezza che il lavoratore operi in regime di promiscuità organizzativa sia  nell’ambito dell’assetto datoriale che in quello dell’esecuzione della prestazione lavorativa.
Il collegamento economico-funzionale tra imprese gestite da società del medesimo gruppo non è di per sé solo sufficiente a far ritenere che gli obblighi inerenti ad un rapporto di lavoro subordinato, formalmente intercorso fra un lavoratore ed una di esse, si debbano estendere anche all’altra, a meno che non sussista una situazione che consenta di ravvisare un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro.
Tale situazione ricorre ogni volta che vi sia una simulazione o una preordinazione in frode alla legge del frazionamento di un’unica attività fra i vari soggetti del collegamento economico-funzionale e ciò venga accertato in modo adeguato.
La simulazione o preordinazione in frode alla legge del frazionamento di un’unica attività fra i vari soggetti del collegamento economico funzionale dunque deve essere accertata adeguatamente attraverso l’esame delle attività di ciascuna  delle imprese gestite formalmente dal medesimo gruppo e risulta di fondamentale importanza  la prova  del carattere simulatorio della pluralità delle società per affermare l’unicità sostanziale di organizzazione di impresa quale unico centro decisionale: tale valutazione risulta di fatto rimessa al giudice di merito e sindacabile in sede di legittimità solo per vizi di motivazione. ( Cass23995/2014).

 

 

RISOLUZIONE CASO PRATICO

Nella vicenda oggetto di approfondimento  Tizio, titolare del rapporto di lavoro con Alfa veniva licenziato, ed assumendo di aver lavorato alle dipendenze  del gruppo di imprese Omega conveniva in giudizio oltre alla predetta anche le altre società del gruppo per richiedere l’accertamento dell’illegittimità del licenziamento  comminato  per vincolo di responsabilità solidale sul convincimento che il collegamento economico-funzionale si estendesse, per quanto riguarda l’estensione degli obblighi inerenti il rapporto di lavoro, anche alle altre imprese del gruppo non direttamente titolari di un rapporto formale di lavoro con lo stesso.
Come abbiamo avuto modo di delineare nel corso della trattazione  il collegamento economico formale tra imprese  gestite da società dello stesso gruppo non basta ad estendere gli obblighi  dei lavoratori subordinati dall’una all’altra senza la prova di un unico centro di imputazione del rapporto di lavoro subordinato in quanto il collegamento economico- funzionale tra imprese gestite da società del medesimo gruppo non è di per sé sufficiente a far ritenere  che gli obblighi inerenti a un rapporto di lavoro subordinato si debbano estendere anche all’altra, a meno che non sussista una situazione che consenta di ravvisare un unico centro di imputazione del lavoro.
In tali ipotesi, il lavoratore può avere interesse a dimostrare che il suo rapporto di lavoro e le relative responsabilità del datore di lavoro, non è, nella realtà, intercorrente con il solo soggetto giuridico che lo ha assunto o che comunque ne è formalmente titolare, ma con l’intero insieme di società costituenti un’unica impresa, avente come tale i requisiti per l’applicazione dell’art. 18 SL.
Per quanto già detto, peraltro, al lavoratore non basta dimostrare l’esistenza di un collegamento economico-funzionale tra le varie società del gruppo (o comunque tra più società collegate), ma dovrà dare prova del fatto che tali società, secondo quanto viene costantemente affermato in giurisprudenza, costituiscono un “unico centro d’imputazione” del rapporto. Cioè, in termini più semplici, un frazionamento dell’impresa tra più società del tutto fittizio, attuato solo sul piano formale, ma nella realtà inesistente.
Pertanto alla luce delle premesse normative  e giurisprudenziali Tizio, titolare del rapporto di lavoro con Alfa srl di proprietà della famiglia Svetovia, che  a seguito del licenziamento intimatogli ha convenuto in giudizio non solo la società Alfa ma  altresì le altre società del gruppo  Omega controllato dalla famiglia Svetonia dovrà dimostrare l’unicità d’impresa tra due (o più) soggetti giuridici formalmente distinti, deve provare i seguenti elementi: “a) unicità della struttura organizzativa e produttiva; b) integrazione tra le attività esercitate dalle varie imprese del gruppo e correlato interesse comune; c) coordinamento tecnico, amministrativo e finanziario tale da far individuare un unico soggetto direttivo che faccia confluire le diverse attività delle singole imprese verso uno scopo comune; d) contemporaneo utilizzo della prestazione lavorativa da parte delle varie società titolari delle distinte imprese”.


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