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IL CASO DEL MESE

Multa con veicolo aziendale: quali conseguenze?

Articolo letto 6416 volte, scritto il 28/02/2019 da Studio Cafasso

Sempronio, autista dipendente della società Zeta, società di autotrasporto su gomma, mentre  si trova alla guida dell’automezzo aziendale supera di oltre 40 km/h la velocità consentita.Decorsi  30 giorni dall’episodio, l’azienda, si vede recapitare tramite posta una contravvenzione per eccesso di velocità, stante la presenza di un autovelox sul tratto stradale percorso da Sempronio.
La società Zeta, si rivolge pertanto ad un professionista di sua fiducia, per individuare margini di possibili azioni contro Sempronio sia dal punto di vista risarcitorio che disciplinare.

 

 

CONTESTO NORMATIVO 

Multa con auto aziendale: la responsabilità del dipendente

Come noto, nelle realtà aziendali, è sovente ricorrente che i lavoratori per esigenze di servizio utilizzino mezzi aziendali sia come strumenti di lavoro, è il caso degli autotrasportatori, sia ad uso promiscuo con la possibilità quindi di utilizzare il veicolo anche fuori dall’orario di lavoro e per motivi personali.
Ovviamente in entrambi i casi occorre considerare l’eventuale  e correlato  rischio di incorrere in illeciti amministrativi per infrazioni al codice della Strada.
Cosa succede in tali fattispecie?  In che tipo di responsabilità incorre il dipendente?
Se il lavoratore viene fermato contestualmente alla commissione dell’infrazione e la sanzione gli viene consegnata direttamente sarà direttamente intestata a lui in qualità di trasgressore e conducente del veicolo.Il Codice della strada definisce infatti le modalità di contestazione e notificazione delle sanzioni. La prima regola generale è che, quando sia possibile, la violazione deve essere immediatamente contestata tanto al trasgressore che alla persona obbligata in solido al pagamento (cioè la persona tenuta a pagare la multa qualora il trasgressore non paghi; esempio tipico è quello del proprietario del veicolo, sempre obbligato in solido con il trasgressore, a meno che il primo non provi che il trasgressore guidava il veicolo contro la sua volontà).
Diverso è il caso in cui la multa venga notificata successivamente tramite posta.Qualora infatti la violazione non possa essere immediatamente contestata, il verbale, con gli estremi precisi e dettagliati della violazione e con la indicazione dei motivi che hanno reso impossibile la contestazione immediata, deve, entro novanta giorni dall’accertamento, essere notificato all’effettivo trasgressore o, quando questi non sia stato identificato, ai soggetti obbligati in solido.Nei casi che si riportano di seguito, la contestazione immediata non è necessaria e si provvederà a mezzo notifica:
-presenza di tutor o autovelox sui tratti interessati dall’infrazione;

-impossibilità di raggiungere un veicolo lanciato ad eccessiva velocità;

-attraversamento di un incrocio con il semaforo indicante la luce rossa;

-sorpasso vietato;

-accertamento della violazione in assenza del trasgressore e del proprietario del veicolo;

-accertamento della violazione per mezzo di appositi apparecchi di rilevamento che consentono la determinazione dell’illecito in tempo successivo;

-rilevazione degli accessi di veicoli non autorizzati ai centri storici, alle zone a traffico limitato, alle aree pedonali, o della circolazione sulle corsie e sulle strade riservate.

Come regola generale, in questi casi il verbale deve essere notificato all’effettivo trasgressore, se conosciuto, oppure ad uno dei soggetti solidalmente obbligati (il proprietario del veicolo, in genere) che risultino registrati al P.R.A. (Pubblico Registro Automobilistico) alla data dell’accertamento.
La notifica della multa deve essere fatta entro 90 giorni dall’identificazione di tali soggetti, ovvero da quando l’amministrazione è posta in grado di provvedere alla loro identificazione. Se il trasgressore è residente all’estero, invece, il verbale deve essere notificato entro 360 giorni dall’accertamento, calcolati dalla data dell’infrazione.
La notifica deve avvenire alla residenza o domicilio dei soggetti destinatari che può essere desunta dalla carta di circolazione o dalla patente di guida, dall’archivio nazionale dei veicoli tenuto presso la Motorizzazione, dal P.R.A. od anche dall’anagrafe tributaria.
Alla notifica, oltre che i soggetti previsti dal codice della strada, possono provvedere anche i messi comunali o i funzionari dell’organo accertatore secondo le modalità previste dalla legge o a mezzo posta tramite invio di una raccomandata a/r. Non di rado i Comuni, quindi gli organi di polizia municipale, stipulano convenzioni con corrieri privati per la consegna sul proprio territorio. In questi casi fungono da “casa comunale” le varie filiali di tale corriere, specificate negli avvisi di giacenza. Le spese di accertamento e di notificazione sono poste a carico di chi è tenuto al pagamento della sanzione amministrativa pecuniaria.
Tra le modalità di notifica previste dalla legge troviamo anche la cosiddetta “compiuta giacenza” dell’atto presso la posta o la casa comunale (il trasgressore ha  cioè ricevuto l’avviso ma non si è mai presentato per ritirare la multa). Nelle ipotesi dunque in cui la multa arrivi all’azienda, la stessa risponde in solido con il lavoratore, ma ciò non esime ovviamente il lavoratore dalla sua responsabilità.La sua responsabilità infatti è di natura contrattuale consistente in un inadempimento degli obblighi connessi al rapporto di lavoro.
Il lavoratore infatti, come noto, nell’espletamento della sua attività lavorativa deve sottostare ai doveri di subordinazione, diligenza e fedeltà ed in caso di violazione di detti obblighi ne risponde disciplinarmente in quanto il datore di lavoro è legittimato ad esercitare il potere disciplinare ai sensi dell’art. 7 dello Statuto dei Lavoratori.
In questo senso dunque, nel caso in cui il lavoratore sia protagonista di un evento colposo, il datore di lavoro  apre una procedura disciplinare per contestare i fatti addebitati al dipendente e commina la corrispondente sanzione.
Il lavoratore ad ogni modo deve essere messo nella condizione di confutare la contravvenzione ricorrendo avverso il verbale: una volta comunicata infatti la ricezione della notificazione della multa il dipendente dovrà innanzitutto ammettere di essere l’effettivo responsabile e conseguentemente manifesterà l’intenzione  di confutare i fatti: per le infrazioni che prevedano infatti anche la decurtazione dei punti dalla patente è onere dell’azienda comunicare all’autorità competente il nome di chi ha effettivamente commesso l’infrazione, in mancanza di comunicazione l’ulteriore sanzione sarà a tutti gli effetti a carico del datore.
Il verbale di contestazione di un’infrazione al Codice della Strada infatti anche se notificato al solo proprietario dell’autoveicolo può essere impugnato direttamente dal conducente trasgressore se attesti di  essere il responsabile diretto della condotta contestata come violazione.
Il datore inoltre potrà agire nei confronti del lavoratore  chiedendo il pagamento del risarcimento del danno subito. Le due procedure infatti, quella disciplinare  e quella risarcitoria sono autonome e distinte, non si deve cioè procedere disciplinarmente quando si vuole agire con azione risarcitoria per il recupero del danno patrimoniale subito.
Potrebbe però accadere che non vi siano più le tempistiche per procedere dal punto di vista disciplinare essendo la tempestività dell’azione una caratteristica fondamentale dell’azione disciplinare da parte del datore, ed il datore potrà quindi chiedere appunto il risarcimento al lavoratore, avendo lo stesso risarcimento una prescrizione decennale.

 

IMPLICAZIONI

Nella vicenda oggetto di approfondimento, Sempronio dipendente della società Zeta, società di autotrasporto su gomma, mentre si trova alla guida dell’automezzo aziendale supera di oltre 40Km/h la velocità consentita su un tratto stradale in cui è presente un autovelox; non essendo possibile dunque comminare la sanzione nell’immediatezza, 30 giorni dopo l’infrazione, l’azienda si vede recapitare la contravvenzione.
Gli autisti dipendenti di aziende di autotrasporto su gomma sono da considerare una categoria a rischio  per l’elevato numero di ore trascorso alla guida di un autoveicolo aziendale ed è sempre ritenuto responsabile per le contravvenzioni a lui imputabili per negligenza.
L'articolo 30 dell'accordo sul contratto nazionale firmato il 3 dicembre 2017 ha ribadito  la responsabilità dell'autista del veicolo che gli viene affidato e del suo carico, compresi i documenti di bordo. Ciò significa che egli risponde di eventuali smarrimenti o danni, esclusi i casi fortuiti o di forza maggiore. Il testo precisa inoltre  che "l'autista è tenuto a custodire con diligenza le tessere e altri strumenti di pagamento che riceve in consegna dal datore di lavoro, rispondendo dell'eventuale smarrimento e/o dei danni diretti e indiretti che dovessero derivare dalla negligente custodia e/o dall'uso improprio".Nel caso di danni, il datore di lavoro deve provare sia la gravità della responsabilità addebitata al lavoratore, sia l'ammontare dei danni che gli vuole imputare. Riguardo alle assicurazioni kasko, il datore di lavoro deve comunicare ai lavoratori le loro condizioni. Il testo prevede anche che si possano concordare eventuali forme assicurative cui i lavoratori contribuiscono, nell'ambito dei contratti di secondo livello.
Riguardo le contravvenzioni, l'accordo afferma che il lavoratore è responsabile di quelle ricevute per negligenza. Se il dipendente e l'azienda sono d'accordo a presentare ricorso, le spese legali sono a carico dell'impresa. Il testo aggiunge che prima del periodo di riposo l'autista deve attivare gli strumenti e le misure per prevenire danni o furti al veicolo e alle merci.
Prima di chiedere il risarcimento dei danni al lavoratore, l'azienda deve adottare nei suoi confronti almeno un richiamo scritto. Se l'importo del danno è fino a 3500 euro, esso viene completamente addebitato al lavoratore, se è superiore l'importo addebitato al lavoratore è del 75%, con un massimo di 20mila euro. Se l'azienda è assicurata con una franchigia, al lavoratore è addebitata la sola franchigia. Il danno viene rimborsato ratealmente tramite prelievi mensili sullo stipendio, con un massimo di un quinto della retribuzione. Se il danno è inferiore a mille euro e viene immediatamente notificato al lavoratore, si può evitare la procedura disciplinare se il lavoratore firma entro dieci giorni una dichiarazione di responsabilità e in questo caso dovrà rimborsare il 75% dell'importo.
La cattiva condotta del dipendente alla guida dell’automezzo aziendale potrebbe comportare oltre alla sanzione pecuniaria, anche il contestuale ritiro della patente per il conducente e  tale provvedimento potrebbe incidere sul rapporto di lavoro.
In tale fattispecie l’impossibilità sopravvenuta della prestazione lavorativa comporta una modifica temporanea o definitiva degli obblighi contrattuali: la perdita del titolo valido per l’espletamento dell’attività lavorativa infatti, configurando una causa di impossibilità parziale alla prestazione, comporterebbe il licenziamento per giustificato motivo oggettivo.
Si deve considerare però che il licenziamento è sempre e solo l’estrema ratio in quanto occorre vagliare ogni ipotesi che preservi il rapporto lavorativo anche con l’adibizione a mansioni inferiori se necessarie a salvaguardare il posto di lavoro e solo in mancanza di una possibilità di ricollocazione del lavoratore all’interno della struttura aziendale sarà possibile procedere al licenziamento.
Il Ccnl autotrasportatori statuisce a tal proposito infatti, che l’autista al quale sia ritirata la patente per condurre autoveicoli avrà diritto alla conservazione del posto per un periodo di sei mesi senza percepire alcuna retribuzione.
L’autista, nelle aziende che occupano più di sei dipendenti, durante questo periodo dovrà adibire il lavoratore ad altri lavori ed in questo caso  lo stesso percepirà la retribuzione del livello stesso, nelle aziende fino a sei dipendenti invece sarà il datore di lavoro ad assicurare l’autista contro il rischio del ritiro  della patente per un massimo di sei mesi.Qualora il ritiro della patente si prolungasse oltre i suddetti termini oppure l’autista  non accettasse la mansione adibita dal datore si procede alla risoluzione del rapporto di lavoro.

 

RISOLUZIONE SECONDO NORMA

Come abbiamo avuto modo di delineare nel corso dell’approfondimento, i lavoratori che utilizzano automezzi aziendali per svolgere il proprio lavoro possono incorrere in infrazioni del Codice della Strada e, se non contestate immediatamente arrivano direttamente all’azienda che è responsabile in solido.
Fino a circa 10 anni fa la giurisprudenza concentrava l’attenzione sul principio della  responsabilità personale cioè della persona che materialmente commetteva l’illecito; pertanto l’atto amministrativo all’azienda poteva essere annullato in quanto non imputato alla persona.Nel 2009 con la sentenza 7666 è intervenuta la Corte di Cassazione che ha considerato il concetto di responsabilità solidale in luogo di quella personale sentenziando dunque la validità delle notifiche dei verbali per le infrazione del Codice della Strada commesse dai lavoratori nell’espletamento della propria  attività lavorativa e notificate direttamente alla società.
Nel sistema sanzionatorio delineato  dalla legge 689 del 24 novembre 1981 infatti, l’art 6 sancisce il principio della responsabilità solidale della persona giuridica nell’ipotesi in cui l’illecito amministrativo sia stato commesso da un suo rappresentante o dipendente.
Tale responsabilità dunque  è di carattere sussidiario e deve ritenersi sussistente ogni volta in cui l’illecito amministrativo sia commesso da una persona collegabile all’azienda nell’espletamento della sua attività lavorativa: può quindi accadere dunque che l’amministrazione notifichi due distinti provvedimenti uno all’autore materiale e l’altro al responsabile solidale il quale ai sensi del citato articolo, può essere una persona giuridica tenuta in solido con l’autore della violazione al pagamento della somma dovuta all’esercizio del regresso.La responsabilità solidale del datore interviene infatti, in tutti i casi in cui una persona agisce nell’esercizio delle sue funzioni per conto dell’azienda,  e a prescindere dunque dall’identificazione di chi ha materialmente commesso il fatto.I datori di lavoro, infatti, ai sensi degli articoli 1228 e 2049 cod.civ. ,rispondono dei danni arrecati dai loro dipendenti  a titolo di responsabilità per fatto altrui, connessa all’oggettività  che si tratti di un proprio dipendente.
La responsabilità del datore quindi è di natura oggettiva e non è neppure necessario che tra il fatto illecito  commesso dal dipendente e le sue mansioni sussista un nesso di casualità, essendo sufficiente che ricorra un rapporto di occasionalità necessaria tra mansioni  e fatto anche nel caso in cui l’evento dannoso sia accaduto a seguito di un atteggiamento del lavoratore che vada oltre i limiti della sua attività e contro la volontà stessa del datore di lavoro.  Il fattore rilevante ai fini della suddetta responsabilità è dunque che il lavoratore agisca nell’espletamento delle sue mansioni.L’azione risarcitoria da parte del datore di lavoro può essere proposta o con azione giudiziaria procedendo con un’azione di recupero del costo sostenuto o in applicazione di specifiche clausole penali.
L’azione più  comune però è quella dell’azione diretta di recupero della multa.Il fatto che l’azienda risponda in solido però non esclude che il lavoratore sia esente da responsabilità: a tal proposito eventuali forme assicurative possono essere concordate con il concorso economico dei datori di lavoro in occasione della conclusione dei contratti di secondo livello.
Nella quotidiana pratica di gestione del personale, agli operatori del settore molto di frequente viene sottoposto, da parte del datore di lavoro, il quesito relativo alla possibilità di trattenere dalle competenze retributive dovute al dipendente (ivi incluse le spettanze di fine rapporto), una somma pari all’importo di un danno cagionato dal lavoratore stesso ad un bene aziendale.
Sul punto, pur in assenza di specifiche disposizioni di legge e in considerazione delle sporadiche previsioni dei Ccnl, ben si è assestato in giurisprudenza il principio per cui, in caso di danni cagionati dal lavoratore, il datore di lavoro può compensare l’entità del danno stesso, trattenendo dalla retribuzione netta dovuta la parte corrispondente all’importo del danno cagionato. Tuttavia, con riferimento al concreto delinearsi di questa fattispecie, occorre tenere presenti alcuni aspetti specifici e preliminari, non risultando sempre ovvia la possibilità di procedere all’automatica effettuazione della trattenuta.
 Il tema della trattenuta al dipendente per danni cagionati al datore di lavoro nello svolgimento dell’attività lavorativa rappresenta, uno dei casi più ricorrenti nell’operatività dell’amministrazione del personale. In effetti, se da un punto di vista teorico il datore di lavoro può materialmente effettuare l’operazione di compensazione al fine di recuperare la somma commisurata al danno patito, dall’altro occorrerà tenere presenti dei principi utili alla percorribilità di questa soluzione e riguardanti, nello specifico: l’esecutività della trattenuta operata dal datore di lavoro, la particolare posizione e il ruolo ricoperti dal lavoratore all’interno dell’organizzazione del datore di lavoro, la connessione causale tra evento dannoso e condotta del lavoratore, nonchè alcuni aspetti più formali e operativi, attinenti all’obbligo incombente sul datore di lavoro di contestare il danno, i limiti temporali di esercizio della ‘‘trattenuta’’, nonchè, importantissimo, il rispetto delle condizioni pattuite al riguardo in sede di contrattazione collettiva.La trattenuta in busta paga  è infatti un metodo basato sulla compensazione tra crediti scaturenti dal rapporto di lavoro e crediti vantati dal datore.
Dal combinato disposto dell’art. 1246, n. 3 c.c., (esclusione della compensazione dei crediti dichiarati impignorabili) e dell’art. 545 c.p.c. (sulla pignorabilità delle somme dovute dai privati a titolo di stipendio, di salario o di altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, nella misura di un quinto) apparirebbe che la compensazione sia possibile entro la misura di un quinto, qualora uno dei due crediti tragga origine dal rapporto di lavoro. In realtà, sul punto la giurisprudenza ha consolidato il principio della ‘‘compensazione atecnica’’ o ‘‘impropria’’. Secondo tale orientamento: «l’istituto della compensazione e la relativa normativa codicistica - ivi compreso l’art. 1246 c.c. sui limiti della compensabilità dei crediti - presuppongono l’autonomia dei rapporti cui si riferiscono i contrapposti crediti delle parti e non operano quando essi nascano dal medesimo rapporto, il quale può comportare soltanto un semplice accertamento contabile di dare e avere, come avviene quando debbano accertarsi le spettanze del lavoratore autonomo o subordinato» (Cass. n. 5024/2009).
 Pertanto, se il  datore di lavoro e  il lavoratore sono titolari di crediti derivanti dallo stesso rapporto di lavoro, il limite quantitativo del quinto ritenuto non applicabile, potendosi pertanto, in tal caso, fatte salve le condizioni più sopra viste, ivi compresa la verifica delle previsioni della contrattazione collettiva, provvedere al ristorno totale del danno subito.

 

 

RISOLUZIONE CASO PRATICO

Alla luce delle premesse normative e delle considerazioni esposte in precedenza dunque, nella vicenda oggetto di analisi la società Zeta, in persona del proprio rappresentante legale, può esercitare sia un’azione risarcitoria che disciplinare nei confronti del dipendente Sempronio. Le due procedure infatti, quella disciplinare  e quella risarcitoria sono autonome e distinte, non si deve cioè procedere disciplinarmente quando si vuole agire con azione risarcitoria per il recupero del danno patrimoniale subito.Pertanto da un punto di vista disciplinare, la società, ai sensi dell’art 7 dello Statuto dei Lavoratori, dovrà contestare immediatamente al lavoratore l’infrazione commessa consento allo stesso entro cinque giorni dalla consegna della contestazione di presentare le proprie giustificazioni, in forma scritta o orale. E’ fatta salva la possibilità per i contratti collettivi di prevedere un termine più ampio. I cinque giorni sono da intendersi di calendario (si considerano anche i festivi). Il dipendente può farsi assistere da un rappresentante dell’associazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato. La giurisprudenza (sentenza Cassazione n. 5057/2016) ha escluso l’ausilio di un legale.
Se il lavoratore presenta le sue giustificazioni senza riservarsi di integrarle entro i cinque giorni, secondo la giurisprudenza (Cassazione sentenza n. 1884/2012) è possibile sanzionarlo prima della scadenza del termine. Per altro orientamento (sempre Cassazione sentenza n. 2610/2012) il datore deve comunque attendere che siano passati i cinque giorni per adottare i provvedimenti.
Qualora il dipendente non ne faccia richiesta, il datore non è obbligato a sentire la sua difesa e trascorsi cinque giorni dalla contestazione può decidere se irrogare o meno la sanzione.Per quanto riguarda invece l’azione risarcitoria dottrina e giurisprudenza hanno avuto modo  di statuire che ai fini del riconoscimento della responsabilità risarcitoria, il lavoratore debba aver ricevuto adeguata informazione da parte del datore di lavoro, anche relativamente alle conseguenze derivanti da negligenze occorse nello svolgimento dell’attività lavorativa.
L’omessa informazione sulle stesse infatti sarebbe idonea ad indebolire la pretesa risarcitoria da parte del datore di lavoro medesimo.Pertanto se è previsto dal regolamento aziendale interno che in caso di danni ad autoveicoli ci possa essere la compensazione con lo stipendio lo stesso Sempronio potrà subire la trattenuta in busta paga dal mese successivo  a quello dell’accertata violazione.
Con riferimento poi alle modalità di effettuazione della trattenuta potrà essere prevista una rateazione degli importi interessati: tale soluzione, volta ad evitare un eventuale eccessivo aggravio della disponibilità del lavoratore potrà essere pattuita in apposito accordo stipulato tra le parti.


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