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IL CASO DEL MESE

Fallimento e diffida accertativa

Articolo letto 622 volte, scritto il 28/06/2019 da Studio Cafasso

Nel corso di un accertamento ad opera dell’Ispettorato del Lavoro nei confronti della società Gamma, per l’accertamento dei crediti retributivi dei dipendenti di tale società, quest’ultima viene dichiarata fallita. Al termine dell’accertamento gli ispettori redigono il verbale conclusivo e adottano i provvedimenti di diffida accertativa nei confronti di Gamma in fallimento. Il personale ispettivo della DTL effettua un controllo nei confronti di  Gamma per l’accertamento dei crediti retributivi dei dipendenti di tale società. Nelle more della verifica, Gamma viene dichiarata fallita. Sono legittime  in questo caso le diffide accertative?

 

 

 

CONTESTO NORMATIVO

 

Gli effetti delle procedure concorsuali nella gestione dei rapporti di lavoro

Come noto, l’apertura di una procedura concorsuale , determinata dallo stato di crisi dell’impresa e accompagnata generalmente da una situazione di insolvenza, genera importanti conseguenze nei confronti dei rapporti giuridici pendenti e, in presenza di rapporti di lavoro subordinato, un inevitabile interconnessione tra legge fallimentare e normativa che regola la materia del lavoro.
Le procedure concorsuali sono quelle procedure attivate in caso di dissesto economico dell’imprenditore commerciale e finalizzate ad apprestare adeguata tutela ai creditori dell’impresa.
L’esempio più tradizionale di procedura concorsuale è il fallimento,  ma nella categoria rientrano anche il concordato preventivo, l’amministrazione straordinaria  delle grandi imprese insolventi, la liquidazione coatta amministrativa  e, da ultimo, anche la cosiddetta amministrazione straordinaria speciale.
Le procedure concorsuali sono diverse tra loro per requisiti di ammissione, finalità, procedura ed effetti, tuttavia esse presentano tre elementi in comune. In primo luogo, sono collegate ad uno stato di dissesto economico dell’imprenditore commerciale, nella forma di stato di crisi oppure di  insolvenza. Esse, inoltre, si connotano come procedure a carattere collettivo, perché coinvolgono tutti i creditori dell’imprenditore ai quali si garantisce, in linea di principio, una parità di trattamento. Infine, tutte le procedure concorsuali hanno carattere generale, cioè coinvolgono tutto il patrimonio dell’imprenditore.
La procedura concorsuale dunque, è destinata a soddisfare tutti i creditori insinuati nella procedura, senza preferire l’uno all’altro ma attribuendo a ciascuno di questi, in proporzione, una parte del ricavato dalla vendita dei beni del debitore. Vige infatti il principio di «par condicio creditorum»: tutti i creditori devono essere trattati allo stesso modo; per cui, se l’attivo è insufficiente a soddisfarli tutti, questi andranno soddisfatti per quote uguali.
Il fallimento è una procedura concorsuale di tipo liquidatorio, il cui obiettivo principale è la liquidazione del patrimonio del fallito finalizzata al soddisfacimento del ceto creditorio, a meno che non si realizzino nel corso della procedura le condizioni per consentire la conservazione dell’attività dell’impresa attraverso il trasferimento o l’affitto dell’azienda: il fallito dunque, viene privato dell’amministrazione e della disponibilità dei suoi beni e si determina normalmente l’immediata cessazione dell’attività dell’impresa.
L’Art 72 della Legge Fallimentare prevede infatti, la sospensione dei contratti in essere fino a quando il curatore non decida di subentrarvi con i relativi  obblighi: il rapporto di lavoro quindi entra in una fase di quiescenza determinando automaticamente la sospensione della retribuzione e di ogni altra maturazione e diritto collegati al contratto di lavoro in essere.
Partendo infatti  dal presupposto che, per espressa previsione dell’articolo 2119 c.c., l’apertura di una procedura concorsuale non determina automaticamente la risoluzione dei rapporti di lavoro, non costituendo una giusta causa di risoluzione contrattuale del  contratto, il curatore dovrà nel più breve tempo possibile individuare i rapporti di lavoro in essere, comunicare l’apertura della procedura e l’interruzione dell’attività valutando l’ eventuale operazione di subentro o di risoluzione dei contratti in essere.
In particolare nel momento in cui viene dichiarato il fallimento di una società, il rapporto di lavoro in essere con la stessa rimane sospeso in attesa della dichiarazione del curatore, il quale, ai sensi dell' art. 72 L. Fall., può scegliere di proseguire nel rapporto medesimo ovvero di sciogliersi da esso, salvo il caso in cui sia disposto l'esercizio provvisorio dell’impresa in cui vige la regola della prosecuzione automatica di tutti i rapporti pendenti, salva la facoltà del curatore di scegliere se sospenderli o scioglierli (art. 104, comma 7, L. Fall.).
In assenza di un esercizio provvisorio della curatela, il rapporto di lavoro - come già accennato - resta sospeso nella sua esecuzione, in attesa delle decisioni del curatore, e, difettando l'esecuzione della prestazione lavorativa, viene meno l'obbligo di corrispondere al prestatore la retribuzione ed i contributi ( Cass. 14 maggio 2012 n. 7473).
Nel caso in cui il curatore deliberi di subentrare nel rapporto di lavoro, esso prosegue con l'obbligo di adempimento per entrambe le parti delle prestazioni corrispettive.
Ove, invece, il curatore intenda sciogliersi dal rapporto di lavoro dovrà farlo nel rispetto delle norme limitative dei licenziamenti individuali e collettivi, non essendo in alcun modo sottratto ai vincoli propri dell'ordinamento lavoristico. La necessità di tutelare gli interessi della procedura fallimentare non esclude l'obbligo del curatore di rispettare le norme in generale previste per la risoluzione dei rapporti di lavoro ( cass n. 522 del 11 gennaio 2018).
Il lavoratore può reagire al recesso intimato dal curatore con gli ordinari rimedi impugnatori e, ove venga giudizialmente accertato che il licenziamento è stato intimato in difformità dal modello legale, la curatela è esposta alle conseguenze derivanti dall'illegittimo esercizio del potere unilaterale, con conseguente diritto del dipendente ad essere ammesso al passivo per il riconoscimento di stipendi e TFR illegittimamente non corrisposti ( Cass  n. 7308 del 23 marzo 2018).La sentenza che dichiara il fallimento infatti, produce una serie di effetti giuridici nei confronti del fallito e dei creditori nonché sugli atti pregiudizievoli ai creditori e sui rapporti giuridici preesistenti. La sentenza che dichiara il fallimento infatti nei confronti del debitore
-priva dalla sua data il fallito dell'amministrazione e della disponibilità dei suoi beni esistenti alla data di dichiarazione di fallimento", ivi compresi i beni che pervengono al fallito durante il fallimento, salva rinuncia da parte del curatore, previa autorizzazione del comitato dei creditori, all'acquisizione degli stessi, qualora i costi da sostenere per il loro acquisto e la loro conservazione siano superiori al valore presumibile di realizzo (art. 42 L.F.)

-determina la perdita, per il fallito, della legittimazione processuale nelle controversie relative ai rapporti di diritto patrimoniale, per le quali potrà stare in giudizio il curatore (art. 43 L.F.) a meno che non vi siano, a suo carico, imputazioni di bancarotta e se il suo intervento è previsto dalla legge;

- determina l'inefficacia di ogni atto compiuto dal fallito o di pagamenti dallo stesso ricevuti dopo la sentenza dichiarativa di fallimento (art. 44);

- fa sorgere l'obbligo in capo al fallito, ove si tratti di persona fisica, di consegnare la propria corrispondenza al curatore, inclusa quella elettronica, ovvero, qualora il fallito sia persona giuridica, di indirizzare la corrispondenza al curatore (art. 48).

 

 

Diffida accertativa

L'Istituto della diffida accertativa per crediti patrimoniali da lavoro dipendente è una tutela per i lavoratori nei casi in cui siano riscontrate inosservanze alla disciplina sul lavoro, da cui scaturiscono crediti del lavoratore nei confronti del datore di lavoro.
La diffida accertativa per crediti patrimoniali è stata introdotta nel nostro ordinamento dall’art. 12 del D.Lgs. n. 124/2004:la norma ha introdotto nell’ordinamento per la prima volta un titolo esecutivo di formazione amministrativa per la soddisfazione di un diritto soggettivo privato.
La norma  in particolare stabilisce che, nel caso in cui nell’ambito dell’attività ispettive emergano inosservanze alla disciplina contrattuale, dalle quali scaturiscono crediti patrimoniali in favore dei lavoratori dipendenti, il personale ispettivo provvede a diffidare il datore di lavoro, il quale è quindi tenuto a corrispondere gli importi risultanti dall’accertamento. Allo stesso modo il provvedimento potrà scaturire da una denuncia del lavoratore presso la ITL. Ad esempio per mancata corresponsione delle retribuzioni, oppure del TFR e altri istituti contrattuali purchè crediti certi, determinati, liquidi ed esigibili.
In particolar modo dunque,  tale istituto costituisce “uno strumento veloce e semplificato attraverso il quale il lavoratore può pervenire alla soddisfazione dei suoi crediti patrimoniali e il datore di lavoro può ottenere una definizione immediata di contenziosi evitando le lungaggini dell’alea del giudizio”.
Più specificatamente dunque, sono diffidabili; - tutti i crediti che traggono elementi da documenti contabili e lavoristici in possesso del datore di lavoro; - maggiorazioni, TFR, lavoro straordinario; - premi di produzione e/o risultato solo qualora vi sia stata una valutazione di merito del datore di lavoro; - crediti legati al demansionamento o a prestazioni di lavoro sommerso ovvero retribuite in modo non conforme al dettato normativo e all’art. 36 della Cost.

Il datore di lavoro dal canto suo potrà richiedere un tentativo di conciliazione monocratica entro 30 giorni dalla notifica del provvedimento.

  1. in caso di mancata attivazione della procedura conciliativa nei 30 giorni;
  2. o nell’ipotesi di mancato accordo.

La diffida accertativa acquista dunque efficacia di titolo esecutivo con valore di accertamento tecnico a seguito di provvedimento di validazione del Direttore della I.T.L..

In caso di mancato accordo in sede di conciliazione ovvero di mancata ottemperanza alla diffida accertativa, quest’ultima, con provvedimento del Direttore della Direzione Territoriale del lavoro, acquista valore di accertamento tecnico, con efficacia di titolo esecutivo.
Entro 30 giorni dalla notifica della diffida accertativa il datore di lavoro, può promuovere presso la Direzione Territoriale del Lavoro un tentativo di conciliazione.  Il datore di lavoro  inoltre, dispone di uno strumento di difesa immediato avverso la diffida accertativa costituito dal ricorso al Comitato regionale per i rapporti di lavoro, istituito presso la Direzione Regionale del lavoro, che decide, entro 90 giorni dal ricevimento del ricorso. Decorso tale termine il ricorso si intende respinto.
È bene ricordare inoltre che il  ricorso sospende l’esecutività della diffida ed in  caso di rigetto o silenzio, nel termine di 90 giorni dal ricevimento del ricorso (silenzio rigetto) da parte del Comitato, il datore di lavoro può avvalersi degli altri strumenti giudiziari predisposti dal legislatore quali per esempio l’opposizione all’esecuzione.
Nella fattispecie concreta dunque,l’intervento ispettivo per praticare la diffida non può limitarsi a ciò che dice o documenta il lavoratore , occorre invece che gli ispettori procedenti verifichino la sussistenza di un quid  novi, di quel qualcosa di novo, in fatto e in diritto riguardante la fondatezza della rivendicazione e l’effettiva entità del diritto spettante al lavoratore.
Strettamente collegata a tale aspetto è la necessità della preventiva certezza del credito come presupposto indefettibile del suo accertamento, da qualificarsi di tipo tecnico, cui la legge gli attribuisce efficacia di titolo esecutivo. Perché ciò avvenga,  ha precisato  il Ministero, con la circolare n. 1/2013 occorre che il credito abbia preventiva natura certa, e che i requisiti di certezza della sussistenza del credito, della sua determinazione quantitativa, della sua esigibilità derivino da fonti, da fatti o da circostanze oggettivamente valutabili e predeterminati, non necessariamente riconducibili, al credito preesistente, ma   che possono benissimo scaturire dall’accertamento stesso.
Da tutto ciò deriva che il legislatore dell’art. 12 e prima ancora dell’art. 8 della legge n. 30/2003, ha stabilito che quando un diritto sia accertato dall’organo di vigilanza, con tipico accertamento tecnico, ad esso viene attribuito quel particolare grado di certezza necessaria per fargli spiegare efficacia di titolo esecutivo. Il Ministero, con la circolare in esame,  ha puntualizzato quindi che in tutti i casi in cui sia necessario procedere ad accertamenti in ordine alla legittimità dei rapporti di lavoro posti in essere, al fine di rilevare quelle «inosservanze alla disciplina contrattuale da cui scaturiscono crediti patrimoniali in favore dei prestatori di lavoro », l’ispettore dovrà sempre compiere accertamenti, anche dei fatti, per poter correttamente qualificare le diverse fattispecie che hanno dato luogo alle predette inosservanze. Per meglio indirizzare gli ispettori sull’attività in questione, la circolare ha quindi  ipotizzato una classificazione dei «crediti diffidabili» sulla base dei correlati poteri di accertamento necessari alla loro individuazione e liquidazione.

 

IMPLICAZIONI

Nella vicenda oggetto di approfondimento, la società Gamma, nel corso di un accertamento ad opera dell’Ispettorato del Lavoro, viene dichiarata fallita. Al termine dell’accertamento dunque gli Ispettori redigono il verbale conclusivo adottando i provvedimenti di diffida accertativa nei confronti di Gamma in fallimento.Nel caso di specie, l’Ispettorato del Lavoro ha adottato i provvedimenti di diffida accertativa nei confronti della società fallita e in favore dei lavoratori che costituirebbero per questi ultimi un indebito titolo preferenziale rispetto alla massa, poiché mediante tali atti la curatela fallimentare subisce l’intimazione di corrispondere, in spregio alla regola concorsuale, i crediti retributivi indicati nel titolo alterando di fatto il principio della par condicio creditorum.
Come noto, infatti, la sentenza che dichiara il fallimento produce una serie di effetti giuridici nei confronti del fallito (artt. 42-49 L.F.) e dei creditori (artt. 51-63 L.F.), nonché sugli atti pregiudizievoli ai creditori e sui rapporti giuridici preesistenti (artt. 64-83 bis L.F.).
Nei riguardi del debitore, la sentenza che dichiara il fallimento priva dalla sua data il fallito dell'amministrazione e della disponibilità dei suoi beni esistenti alla data di dichiarazione di fallimento", ivi compresi i beni che pervengono al fallito durante il fallimento, salva rinuncia da parte del curatore, previa autorizzazione del comitato dei creditori, all'acquisizione degli stessi, qualora i costi da sostenere per il loro acquisto e la loro conservazione siano superiori al valore presumibile di realizzo (art. 42 L.F.).

- determina la perdita, per il fallito, della legittimazione processuale nelle controversie relative ai rapporti di diritto patrimoniale, per le quali potrà stare in giudizio il curatore (art. 43 L.F.) a meno che non vi siano, a suo carico, imputazioni di bancarotta e se il suo intervento è previsto dalla legge.

-determina l'inefficacia di ogni atto compiuto dal fallito o di pagamenti dallo stesso ricevuti dopo la sentenza dichiarativa di fallimento (art. 44);

- fa sorgere l'obbligo in capo al fallito, ove si tratti di persona fisica, di consegnare la propria corrispondenza al curatore, inclusa quella elettronica, ovvero, qualora il fallito sia persona giuridica, di indirizzare la corrispondenza al curatore (art. 48).

 Gli effetti del fallimento nei riguardi dei creditori sono disciplinati dall'art. 51 L.F., il quale stabilisce che dal giorno della dichiarazione del fallimento nessuna azione (individuale, esecutiva o cautelare), anche riguardante crediti maturati durante il fallimento, può essere iniziata o proseguita sui beni nello stesso compresi.
La procedura fallimentare, infatti, apre il concorso dei creditori sul patrimonio del fallito, pertanto, ogni credito, anche munito di diritto di prelazione, "nonché ogni diritto reale o personale, mobiliare o immobiliare, deve essere accertato secondo le norme stabilite dal Capo V, salvo diverse disposizioni della legge" (art. 52 L.F.).§
Per  quanto concerne la liquidazione dell'attivo, l'art. 104-ter ha subito importanti modifiche da parte dei seguenti provvedimenti legislativi: d.l. 5/2006, d.l. 169/2007, d.l. 83/2015, d.l. 69/2016.
Il testo attuale prevede infatti che “Entro sessanta giorni dalla redazione dell'inventario e in ogni caso non oltre centottanta giorni dalla sentenza dichiarativa di fallimento, il curatore predispone un programma di liquidazione da sottoporre all'approvazione del comitato dei creditori.” La violazione del termine di 180 giorni è giusta causa per la revoca del curatore. Il programma è un atto di pianificazione e deve avere un contenuto specifico.
Il curatore, fatto salvo quanto previsto dall'art. 107, può essere autorizzato dal giudice delegato ad affidare ad altri professionisti o società specializzate alcune incombenze relative alla liquidazione dell'attivo. Su richiesta del comitato dei creditori il programma può essere modificato, mentre il curatore può presentare, un supplemento del piano di liquidazione. Prima della approvazione del programma, il curatore può liquidare beni, su autorizzazione del giudice delegato e sentito il comitato dei creditori se già nominato, solo se dal ritardo può derivare pregiudizio all'interesse dei creditori. Il curatore, inoltre, su autorizzazione del comitato dei creditori, può non acquisire all'attivo o rinunciare a liquidare uno o più beni, se la liquidazione non risulta conveniente. In questo caso, il curatore lo comunica ai creditori che, in deroga all'art. 51, possono intraprendere azioni esecutive o cautelari sui beni rimessi nella disponibilità del debitore. Il programma, una volta approvato è comunicato al giudice delegato, che autorizza l'esecuzione degli atti conformi allo stesso. La violazione senza giustificato motivo dei termini previsti dal programma di liquidazione è giusta causa di revoca del curatore, come in presenza di somme disponibili per la ripartizione, il mancato rispetto dell’obbligo previsto dall’articolo 110 primo comma.
Il fallimento dunque blocca il recupero dei crediti da lavoro. L’ispettore, infatti, non può emettere una diffida accertativa per crediti patrimoniali, avente valore di accertamento tecnico ed efficacia di titolo esecutivo a favore del lavoratore, nei confronti di imprese in fallimento.

 

 

RISOLUZIONE SECONDO NORMA

Come abbiamo avuto modo di delineare nel corso dell’approfondimento, nel corso di un accertamento ad opera dell’Ispettorato del Lavoro nei confronti della società Gamma , per l’accertamento dei crediti retributivi dei dipendenti di tale società, quest’ultima viene dichiarata fallita. Nello specifico, per meglio indirizzare gli ispettori sull’attività in questione, la circolare n. 1/2013 ha ipotizzato una classificazione dei crediti diffidabili sulla base dei correlati poteri di accertamento necessari alla loro individuazione. In particolare essi riguardano:

 

1) i crediti retributivi da omesso pagamento. La violazione consiste solo in un ritardo nell’adempimento dell’obbligazione, per cui in tal caso la diffida non influisce sulla sua liquidità;

2) i crediti di tipo indennitario, da maggiorazioni, TFR, ecc. In tal caso sarà necessario accertare una ulteriore connotazione della prestazione lavorativa o la sussistenza di una condizione di esigibilità del debito (es. cessazione del rapporto di lavoro per il TFR, prestazione in giorno festivo, ecc.);

3) le retribuzioni di risultato, premi di produzione, ecc. In tal caso se manca la valutazione di merito del datore di lavoro non sarà possibile adottare la diffida accertativa poiché l’operato dell’ispettore andrebbe oltre l’accertamento tecnico che potrebbe sfociare in una scelta discrezionale o negoziale che gli è preclusa;

4) i crediti retributivi derivanti da un non corretto inquadramento della tipologia contrattuale. L’ipotesi potrebbe riguardare la riqualificazione del rapporto di lavoro (es. da parasubordinato a subordinato). In tal caso la circolare ritiene preferibile non adottare la diffida accertativa in quanto la qualificazione che presenta delicati profili di valutazione, spetta, in via definitiva, al giudice;

5) i crediti legati al demansionamento ovvero alla mancata applicazione di livelli minimi retributivi richiesti esplicitamente dalla legge (es. art. 7, comma 4, D.L. n. 248/2007, conv. legge n. 31/2008) in osservanza dell’art. 36 Cost., ovvero derivanti dall’accertamento di lavoro sommerso. In tale ipotesi con la diffida accertativa viene data una rilevanza pubblicistica alla promozione ed alla tutela degli obblighi giuridici privatistici legati allo svolgimento del rapporto di lavoro, così come avviene d’altro canto per i debiti di natura previdenziale.

Nel caso di lavoro «in nero», il verbale unico dovrà prevedere oltre la diffida a regolarizzare le posizioni dei lavoratori interessati ai fini previdenziali, anche la diffida accertativa a corrispondere le somme accertate dovute ai lavoratori «in nero» realizzando così la regolarizzazione sostanziale del rapporto di lavoro. La circolare ministeriale nel rivolgersi ai Comitati regionali per i rapporti di lavoro, destinatari di eventuali ricorsi in sede amministrativa avverso la diffida accertativa validata, li sollecita  infatti ad uniformarsi alle istruzioni in questione al fine di assicurare la giusta omogeneità di comportamenti e decisioni sia in campo prettamente ispettivo che in quello di contenzioso amministrativo, indispensabile al raggiungimento dei richiamati obiettivi cui si è prefisso il legislatore.
Come abbiamo avuto modo di specificare dunque, la  diffida accertativa per crediti patrimoniali è disciplinata dall’art. 12 del dlgs n. 124/2004, al fine di una «semplificazione delle procedure per la soddisfazione dei crediti di lavoro». In base a tale norma, qualora nel corso dell’attività di vigilanza emergano inosservanze alla disciplina contrattuale da cui derivino crediti di natura patrimoniale in favore dei prestatori di lavoro, il personale ispettivo delle direzioni territoriali del lavoro è tenuto a diffidare il datore di lavoro a corrispondere gli importi risultanti dagli accertamenti svolti. Si tratta cioè d’importo,  ha spiegato il ministero nella nota prot. n. 4684/2015, di «importi la cui debenza, a seguito dalla verifica ispettiva, risulta certa nell’an e nel quantum» (ossia è certo il debito e il relativo importo). Il provvedimento di diffida accertativa emesso dal direttore della Dtl, direzione territoriale del lavoro, inoltre, può ricevere «valore di accertamento tecnico, con efficacia di titolo esecutivo».
Affinché la diffida accertativa possa assumere il carattere del titolo esecutivo, tuttavia,  ha spiegato il ministero, è necessario che ne possieda tutti i requisiti previsti dall’ordinamento giuridico e individuati, in particolare, dall’art. 474 del codice di procedura civile, vale a dire, la certezza, la liquidità e l’esigibilità. Nell’ipotesi di «società fallita», il credito della diffida accertativa, pur se può avere i requisiti di certezza e di liquidità, certamente non reca quello dell’esigibilità atteso che l’art. 51 della legge fallimentare precluderebbe al lavoratore ogni possibilità di far valere la diffida, ossia d’intraprendere un’azione esecutiva in forza di quel titolo. Infatti, l’art. 51 della legge fallimentare (rd n. 267/1942), recante divieto di azioni esecutive e cautelari individuali, prevede che «salvo diversa disposizione della legge, dal giorno della dichiarazione di fallimento nessuna azione individuale esecutiva o cautelare, anche per crediti maturati durante il fallimento, può essere iniziata o proseguita sui beni compresi nel fallimento». Alla luce di tanto, il ministero conclude nell’affermare che alla diffida accertativa emessa nei confronti di una società fallita non si possa procedere a validazione, posto che lo stesso atto non possiede intrinsecamente i requisiti del titolo esecutivo.

 

RISOLUZIONE CASO PRATICO

Alla luce delle premesse normative e delle considerazioni esposte in precedenza, dunque, le diffide accertative adottate nel caso di specie dal personale ispettivo non sono legittime.
Come abbiamo avuto modo di precisare, dunque, la diffida accertativa, prevista dall’art. 12 del D. Lgs. 124/2004, costituisce un valido e rapido strumento attraverso il quale il personale ispettivo delle Direzioni del lavoro può intervenire a tutela del credito patrimoniale vantato dal lavoratore nei confronti del datore di lavoro per la prestazione lavorativa resa.
Infatti, se durante l’attività di vigilanza emergono inosservanze della disciplina contrattuale dalle quali possono scaturire crediti patrimoniali in favore dei prestatori di lavoro, il personale ispettivo delle Direzioni del lavoro provvede con specifico atto a diffidare il datore di lavoro a corrispondere gli importi risultanti dagli accertamenti entro un termine predeterminato.
Affinché infatti la diffida accertativa intimata dall’ispettore del lavoro possa assumere carattere di titolo esecutivo, tramite validazione del direttore della Dtl, deve avere il requisito dell’esigibilità.
Tuttavia, la diffida accertativa, per assumere il carattere del titolo esecutivo, deve possedere tutti i requisiti previsti dall’ordinamento giuridico vigente e individuati, in particolare dall’articolo 474 del codice di procedura civile, deve cioè trattarsi di un diritto  certo, liquido ed esigibile.
Pertanto, nel caso dell’accertamento nei confronti di una società fallita, l’eventuale conseguente provvedimento di diffida accertativa non potrà essere legittimamente validato dal direttore in quanto, pur sussistendo, per ipotesi, il requisito della certezza e della liquidità, certamente nella circostanza manca il requisito dell’esigibilità.
Infatti, l’articolo 51 del R.D. N. 267 del 16 marzo 1942  (legge fallimentare) chiaramente stabilisce che, salvo diversa disposizione di legge, dal giorno della dichiarazione di fallimento, nessuna azione individuale esecutiva o cautelare anche per crediti maturati durante il fallimento, può essere iniziata o proseguita sui beni compresi nel fallimento.


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