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I dispositivi di protezione collettiva prevalgono su quelli individuali

Articolo letto 67 volte, scritto il 14/09/2020 da Studio Cafasso

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18137 del 31 agosto 2020, ha statuito che il datore di lavoro che non dà la dovuta priorità alle misure di protezione collettiva è da ritenersi responsabile per la morte del lavoratore caduto dal tetto di un capannone industriale.Gli eredi del lavoratore ricorrevano giudizialmente al fine di ottenere, dalla società datrice, il risarcimento dei danni conseguenti all’infortunio mortale occorso al dipendente, precipitato al suolo da un’altezza di circa dodici metri mentre stava svolgendo lavori di riparazione sul tetto di un capannone industriale.La Corte di Appello respingeva la predetta domanda, sul presupposto che il prestatore era stato dotato di adeguati ed efficienti dispositivi di protezione individuale rispetto al rischio di caduta dall’alto e che l’evento si era verificato per una sua condotta imprevedibile ed azzardata.
La Cassazione - ribaltando quanto stabilito dalla Corte d’Appello –ha  affermato che, ai sensi dell’art. 15 e dell’art. 11 del D.Lgs. 81/2008, le misure di protezione collettiva devono avere la priorità su quelle di protezione individuale.
Gli ermellini, infatti, hanno asserito che a nulla rileva la messa a disposizione di adeguati ed efficienti dispositivi di protezione individuale poiché, specialmente nei lavori ‘in quota’, la priorità va data alle misure di protezione collettiva, come avallato dallo stesso Testo unico sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro (D.Lgs n. 81/2008). La Corte ha, inoltre, specificato che in tali ipotesi è necessario accertare in via preventiva che le strutture sulle quali si devono eseguire i lavori siano in grado di sostenere gli operai.


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