Italian  English  French 


Tempo tuta e retribuzione

Articolo letto 1360 volte, scritto il 30/03/2015 da Studio Cafasso

La Cassazione con sentenza n. 2837 dello scorso 7 febbraio, torna a pronunciarsi sul cd. tempo tuta (ossia il tempo impiegato dai lavoratori per indossare la divisa) e conseguentemente il diritto dei lavoratori a vedersi retribuito il tempo necessario alla vestizione e svestizione.

Il caso è giunto in Cassazione a seguito del ricorso presentato dall’azienda, avverso la sentenza d’appello che condannava la stessa al pagamento in favore di un suo dipendente al pagamento di quasi 5mila euro, a titolo di retribuzione per il tempo impiegato dal lavoratore per indossare la divisa di lavoro.

La sentenza impugnata ha determinato il tempo di tali attività, facendo ricorso a nozioni di comune esperienza, in dieci minuti per ognuna delle due operazioni giornaliere (vestizione e svestizione), commisurando quindi il compenso dovuto alla retribuzione oraria fissata dal contratto collettivo applicabile.

Nel caso in oggetto, il lavoratore addetto alla lavorazione di gelati e surgelati, è obbligato ad indossare una tuta, scarpe antinfortunistiche copricapo e indumenti intimi fomiti dall’azienda, e a presentarsi al lavoro 15/20 minuti prima dell’inizio dell’orario di lavoro aziendale; solo dopo aver indossato tali abiti ed essere passato da un tornello con marcatura del badge può entrare nel luogo di lavoro accedendo al reparto dove una macchina bollatrice rilevava l’orario di ingresso.

Tali operazioni si ripetevano al termine dell’orario di lavoro per dismettere gli indumenti indossati.

Il lavoratore ha chiesto le differenze retributive dovute per il “tempo tuta” ossia appunto il tempo impiegato nelle operazioni di vestizione e svestizione.

Per la Corte d’appello, tale tempo va retribuito “considerandone il carattere necessario e obbligatorio per l’espletamento dell’attività lavorativa, e lo svolgimento sotto la direzione del datore di lavoro.

Una diversa regolamentazione di tale attività non poteva essere ravvisata, sul piano della disciplina collettiva, dato il “silenzio” delle organizzazioni sindacali sulla problematica in esame.

In base all’orientamento giurisprudenziale consolidato, gli Ermellini hanno ribadito il seguente principio “è considerato lavoro effettivo ogni lavoro che richieda un’occupazione assidua e continuativa”.

Tale disposizione non preclude che la circostanza che il tempo impiegato per indossare la divisa sia da considerarsi lavoro effettivo, e debba essere pertanto retribuito, ove tale operazione sia diretta dal datore di lavoro, il quale ne disciplina il tempo ed il luogo di esecuzione, ovvero si tratti di operazioni di carattere strettamente necessario ed obbligatorio per lo svolgimento dell’attività lavorativa”.

Altresì, i giudici di legittimità hanno ribadito quanto affermato in sede europea, chiarendo che “per valutare se un certo periodo di servizio rientri o meno nella nozione di orario di lavoro, occorre stabilire se il lavoratore sia o meno obbligato ad essere fisicamente presente sul luogo di lavoro e ad essere a disposizione di quest’ultimo per poter fornire immediatamente la propria opera” (Corte Giust. Com. eur., 9 settembre 2003, causa C-l 51/02, parr. 58 ss.).

Tale orientamento, prosegue la sentenza, “consente di distinguere nel rapporto di lavoro una fase finale, che soddisfa direttamente l’interesse del datore di lavoro, ed una fase preparatoria, relativa a prestazioni od attività accessorie e strumentali, da eseguire nell’ambito della disciplina d’impresa ed autonomamente esigibili dal datore di lavoro, il quale ad esempio può rifiutare la prestazione finale in difetto di quella preparatoria.

Ritornando al caso in esame, nel corso del giudizio è emerso che “le operazioni di vestizione e svestizione si svolgevano nei locali aziendali prefissati e nei tempi delimitati non solo dal passaggio nel tornello azionabile con il badge e quindi dalla marcatura del successivo orologio, ma anche dal limite di 29 minuti prima dell’inizio del turno, secondo obblighi e divieti sanzionati disciplinarmente, stabiliti dal datore di lavoro e riferibili all’interesse aziendale, senza alcuno spazio di discrezionalità per i dipendenti”.

Per tali motivi, gli Ermellini hanno ritenuto che al tempo impiegato dal lavoratore per indossare gli abiti da lavoro (tempo estraneo a quello destinato alla prestazione lavorativa finale) deve corrispondere una retribuzione aggiuntiva”.

 


Commenta la notizia



Effettua la log-in e accedi al pannello a te riservato.


Resta sempre aggiornato sul mondo di Cafasso e Figli